“Ogni cosa è illuminata”: le frasi più belle del libro di Jonathan Safran Foer

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  • Quella sera l’usuraio infamato Yankel D portò a casa la bambina. Eccoci qui, le disse, saliamo il gradino. Siamo arrivati. Questa è la tua porta. Ed ecco, questo che sto girando è il pomolo della tua porta. Ed ecco, qui è dove mettiamo le scarpe quando entriamo. E qui è dove appendiamo le giacche. Parlava come se lei potesse capirlo, mai in toni striduli o a monosillabi infantili, e assolutamente mai con parole senza senso. Questo è il latte che ti do da mangiare. Arriva dal lattaio Mordechai, di cui un giorno farai la conoscenza. Lui tira il latte da una mucca, cosa che se ci pensi è molto strana e inquietante, quindi non ci pensare… Questa è la mia mano che ti accarezza la faccia. Certe persone sono mancine, e altre sono destrorse. Noi non sappiamo ancora cosa sei tu, perché te ne stai semplicemente lì seduta e lasci che sia io a usare la mano… Questo è un bacio. È quello che succede quando si arricciano le labbra e si premono contro qualcosa, a volte altre labbra, a volte una guancia, a volte ancora qualcos’altro. Dipende… Questo è il mio cuore. Lo stai toccando con la mano sinistra non perché sei mancina, anche se potresti esserlo, ma perché sono io che la tengo contro il mio cuore. Quello che senti è il battito del mio cuore. È quello che mi tiene vivo.

    Fece un lettino con giornali accartocciati in una pentola fonda per cuocere il pane e lo infilò delicatamente nel forno in modo che la bambina non fosse disturbata dal rumore delle cascatelle. Lasciò aperto lo sportello del forno e restò seduto a guardarla per ore come si potrebbe guardare una pagnotta che lievita. (p. 55)

  • Non sono triste, io, si ripeteva tante volte. Non sono triste, come se un giorno potesse riuscire a convincersi. O a gabbare se stesso. O a convincere gli altri – peggio di essere triste è solo quando gli altri sanno che sei triste. (p. 60)
  • Sei triste, Yankel? gli chiese una mattina a colazione.
    Certo, rispose lui imboccandola a fette di melone, con un tremulo cucchiaio.
    Perché?
    Perché parli, invece di mangiare.
    E prima ancora, eri triste?
    Certo.
    Perché?
    Perché allora stavi mangiando invece di parlare, e quando non sento la tua voce mi intristisco.
    Quando guardi la gente ballare, questo ti intristisce?
    Certo.
    […] Tu pensi che Bitzl Bitzl sia un uomo particolarmente triste?
    Non so.
    E Shanda la dolente?
    Oh, sì… lei è particolarmente triste.
    È evidente, no? E Shloim, è triste?
    Chi lo sa?
    E le gemelle?
    Forse. Non è affar nostro.
    Dio è triste?
    Per essere triste dovrebbe esistere, no?
    […] È per quello che lo chiedevo, per sapere finalmente se ci credi!
    Allora ti dirò solo questo: se Dio esiste, ha molte ragioni per essere triste. E se non esiste, secondo me anche questo Lo rattrista non poco. Insomma, per rispondere alla tua domanda, Dio deve essere triste.
    (p. 97)
  • Brod scoprì seicentotredici tristezze, ciascuna assolutamente unica, ciascuna una singola emozione, non più simile a qualunque altra tristezza di quanto fosse simile all’ira, all’estasi, ai sensi di colpa e alla frustrazione. Tristezza dello Specchio. Tristezza degli Uccelli Addomesticati. Tristezza di Esser Triste di fronte a un Genitore. Tristezza dell’Umorismo. Tristezza dell’Amore senza Scioglimento. (p. 97)
  • A Lutsk ti ho comperato dei libri, le disse Yankel […]
    Non possiamo permetterceli, ribatté lei […]
    Non possiamo permetterci neanche di non averli. Qual è la cosa che possiamo permetterci di meno: averli o non averli? A mio parere, perdiamo in ogni caso. Meglio perdere con i libri. (p. 100)
  • Dallo spazio gli astronauti vedono quelli che fanno l’amore come puntolini di luce. (p.117)
  • Questo è amore -pensava lei- sì o no? Quando noti l’assenza di qualcuno, e detesti quell’assenza più di ogni altra cosa. Ancora più di quanto ami la sua presenza. (p. 148)
  • Tutto è quello che è perché tutto è stato quello che è stato. (p. 174)
  • Io non so cosa fare, Jonathan, e desidero che mi dica cosa tu pensi che sia la cosa giusta. So che non è necessario che ci sia una cosa sola giusta. Potrebbero esserci due cose giuste. Potrebbero non esistere cose giuste. (p. 259)
  • Mi trovi meravigliosa? gli chiese lei un giorno […]
    No, lui rispose.
    Perché?
    Perché ci sono tante ragazze meravigliose. Immagino che oggi centinaia di uomini abbiano chiamato meravigliose le loro innamorate, ed è solo mezzogiorno. Non puoi essere come centinaia di altre.
    (p. 273)
  • Più ami qualcuno, pensava, e più dirglielo è difficile. Lo stupiva che persone sconosciute non si fermassero a vicenda in strada per dire Ti amo. (p. 279)
  • E questo è vivere vicino a una cascata, Safran. Ogni vedova si sveglia ogni mattina, forse dopo anni di un lutto puro e inossidabile, per rendersi conto di aver trascorso una bella nottata di sonno, e di poter far colazione, e di non sentire il fanstasma del marito ininterrottamente, ma solo a tratti. Al suo dolore subentra un’utile tristezza. Ogni genitore che ha perso un figlio troverà il modo di tornare a ridere. Il timbro si sbiadisce. La lama si smussa. Il dolore si affievolisce. Ogni amore è scolpito nella perdita.
  • Il ricordo avrebbe dovuto riempire il tempo, ma rendeva il tempo un buco da riempire.
  • Si addormentava con il cuore ai piedi del letto, come un animale domestico che non faceva parte di lui.
  • Solo, nella illimitatezza del suo dolore; solo, nella sua colpa senza scopo; solo, perfino nella sua solitudine.
  • E a metà pomeriggio era di nuovo sopraffatto dal desiderio di essere altrove, di essere un altro, di essere un altro altro altrove.
  • Da dove si trova, la pagina – il suo futuro sottile come carta – è infinitamente pesante.
  • L’unica cosa peggiore di essere obliatori attivi è essere rammentatori interti.
  • La vita continuò perché la vita continua, e il tempo passò, perché il tempo passa.
  • Lui capì di non essere morto, ma innamorato.
  • Sono completamente solo.
    Non sei solo disse Lista, appoggiandosi al petto la testa di lui.
    Si invece.
    Lista si accorse che lui stava piangendo, e lei no. Non sei solo, gli disse. È che ti senti solo.
  • Gli confessò che avrebbe voluto che ci fosse un altro comandamento, uno in più inciso nelle tavole della Legge: Non cambierai.
  • Tutto è per proteggerti. Esisto nel caso che tu abbia bisogno di protezione.
  • Gli ebrei hanno sei sensi. Tatto, gusto, vista, odorato, udito… memoria.
  • Era innamorato del profumo delle donne. Ne portava gli aromi come anelli attorno alle dita e sulla punta della lingua come parole.
  • La sua vita era una lotta pressante e disperata per giustificare la sua vita.
  • E mi domando se non puoi fingere per un po’, se non possiamo fingere di amarci.
  • Raccoglieva le sue lacrime in ditali per dargliele da bere l’indomani mattina (l’unico modo per vincere la tristezza è consumarla, diceva.)
  • Si scambiavano a vicenda la grande bugia salvatrice – che il nostro amore per le cose sia più grande del nostro amore per il nostro amore per le cose – recitando di buon grado le parti che scrivevano per sé, creando di buon grado le finzioni necessarie alla vita, e credendoci.
  • La vita di Brod fu una lenta assimilazione del fatto che la vita non era fatta per lei.
  • Aveva la sensazione di tracimare, di produrre e accumulare sempre più amore dentro di sé. Ma senza mai scioglimento.
  • Era un genio della tristezza, e in essa si tuffava disgiungendone i molti fili, apprezzadone le sfumature più sottili. Era un prisma attraverso cui la tristezza poteva suddividersi nel suo infinito spettro.

[Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2004.]

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