“Caro Theo”: le ultime lettere di Vincent van Gogh al fratello

fotorcreated

Di seguito, alcuni passi tratti dalle ultime lettere di Vincent Van Gogh al fratello Theo:

[Arles – luglio 1888] […] È veramente un fenomeno strano che tutti gli artisti, poeti, musicisti, pittori, siano materialmente degli infelici – anche quelli felici […] Ciò riporta a galla l’eterno problema: la vita è tutta visibile da noi, oppure ne conosciamo prima della morte solo un emisfero?
I pittori – per non parlare che di loro – quando sono morti e sepolti parlano con le loro opere a una generazione successiva o a diverse generazioni successive.
È questo il punto o c’è ancora dell’altro? Nella vita di un pittore la morte non è forse quello che c’è di più difficile.
Dichiaro di non saperne assolutamente nulla, ma LA VISTA DELLE STELLE MI FA SEMPRE SOGNARE, come pure mi fanno pensare i puntini neri che rappresentano sulle carte geografiche città e villaggi. Perché, mi dico, […] non possiamo prendere la morte per andare in una stella?

[Arles, 6.8.1888] […] Ti ho già detto che devo sempre lottare con il mistral, che impedisce assolutamente di essere padroni della propria pennellata, da ciò il «selvaggio» degli studi. […] A me sembra sempre di essere un viandante diretto a una qualche destinazione. A ben vedere questa cosiddetta destinazione non esiste, eppure mi sembra ben pensato e vero. […] E intanto alla fine della carriera avrò torto. Pazienza. Scoprirò allora che non soltanto le belle arti, ma che anche il resto non erano che sogni, che noi stessi non eravamo nulla del tutto. Ma se siamo ‘così leggeri’, tanto meglio per noi, perché niente si oppone allora a una possibilità illimitata di esistenza futura. […]
Anche un bambino nella culla, se lo si osserva con calma, ha l’infinito negli occhi. Comunque non so niente, ma proprio questo senso di non sapere niente rende la vita che viviamo attualmente paragonabile a un semplice viaggio in ferrovia. Si va svelto, ma non si distingue nessun oggetto da molto vicino, e soprattutto non si vede la locomotiva. […]
La vita futura degli artisti attraverso le loro opere non la vedo molto. Sì, gli artisti continuano se stessi passandosi la fiaccola: Delacroix, impressionisti, ecc. Ma è tutto li? […]

[Arles, 11.81888] […] Trovo che quanto ho imparato a Parigi se ne va e io ritorno alle idee che mi erano venute in campagna, prima di conoscere gli impressionisti. […] Invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario per esprimermi con intensità. Comunque lasciamo stare la teoria, voglio darti un esempio di ciò che intendo dire. Vorrei fare il ritratto di un amico artista […]. Quest’uomo dovrebbe essere biondo. E vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. Lo ritrarrei dunque così come è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli, arrivando ai toni arancione, ai gialli cromo, al limone pallido. Dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento, dipingerò l’infinito, farò uno sfondo semplice del blu più ricco, più intenso che riuscirò ad ottenere; da questa semplice combinazione, la testa bionda, illuminata su questo sfondo blu sontuoso, rende un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo. […] Ah, caro fratello… e le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura. […]

[Arles, agosto 1888] […] È una prospettiva molto triste quella di sapere che forse la pittura che faccio non avrà mai nessun valore. Se valesse ciò che costa, potrei anche dirmi: non mi sono mai occupato di denaro. Ma nelle circostanze attuali, al contrario lo si spende. E comunque in ogni modo occorre ancora continuare e cercare di far meglio. […]
[…] Se dipingessimo come Bouguereau, potremmo sperare di guadagnare, che il pubblico non ci mancherebbe mai, perché ama solo le cose lisciate e zuccherose. Con un’arte più austera, non bisogna contare sul prodotto del proprio lavoro; la maggior parte delle persone abbastanza intelligenti per amare e capire i quadri impressionisti sono e resteranno troppo povere per comprarli. […]
[…] AVEVO INCOMINCIATO FIRMARE I QUADRI, MA HO SMESSO SUBITO, MI SEMBRAVA TROPPO CRETINO. Su una marina c’è un’enorme firma rossa, perché volevo fare una nota rossa nel verde. […]

[Saint-Rémy, agosto 1899] […] Qui talvolta ci sono degli scarafaggi nel mangiare […]

[Saint-Rémy, 10.91889] […] La vita passa così, il tempo non ritorna. Ma io mi accanisco nel mio lavoro, e anche per questo so che anche le occasioni di lavorare non ritornano. Soprattutto nel mio caso, nel quale una crisi più violenta può distruggere per sempre la mia capacità di dipingere. Durante la crisi mi sento vile per l’angoscia e la sofferenza – più vile di quanto sarebbe sensato sentirsi, ed è forse questa viltà morale che, mentre prima non mi faceva provare nessun desiderio di guarire, ora mi fa mangiare per due, lavorare tanto, e risparmiarmi nei miei contatti con gli altri malati per paura di ricadere insomma in questo momento cerco di guarire come uno che avendo voluto suicidarsi, e avendo trovato, l’acqua troppo fredda, cerca di riguadagnare la riva. Mio caro fratello, sai bene che sono venuto nel sud e che mi sono buttato nei lavoro per mille ragioni. Per vedere un’altra luce, credendo che, guardando la natura sotto un cielo più chiaro, si potesse dare un’idea più esatta del modo di sentire e di disegnare dei giapponesi e per vedere questo sole più forte, perché si sente che senza conoscerlo non si potrebbero capire dal punto di vista dell’esecuzione e della tecnica i quadri di Delacroix e perché si sente che i colori del prisma sono velati dalla bruma del nord. E tutto ciò è in parte esatto. Quando poi si aggiunga una simpatia istintiva verso questo sud […] E che qua e là io stesso ho trovato delle cose e degli amici da amare, capirai che, pur trovando orribile la mia malattia, sento che […] Pure può avvenire che relativamente presto io ritorni nel nord. Sì, perché non ti nascondo che, sebbene in questo momento mi nutra con avidità, mi viene un desiderio tremendo di rivedere gli amici e la campagna del nord. Il lavoro va benissimo, trovo delle cose che ho cercato invano per anni […]. Ed io, con la mia malattia mentale, penso a tanti altri artisti che soffrono moralmente e mi dico che ciò non costituisce un impedimento per dipingere come se niente fosse. Dato che mi accorso che qui le crisi tendono a prendere uno sfondo decisamente religioso, arrivo a credere che sia persino necessario ritornare nel nord. Non parlare troppo di questo con il dottore quando lo vedrai – ma non so se ciò dipenda dal fatto di aver vissuto per tanti mesi al ricovero di Arles e qui, in questi vecchi chiostri. Insomma, bisogna che non viva in un ambiente come questo; in tal caso è meglio persino la strada. Non sono indifferente, e nella sofferenza talvolta i pensieri mi consolano. […]
Ecco ciò che mi edifica, come leggere un bel libro quale quello di Beecher Stowe o di Dickens, mentre quello che mi da fastidio è di vedere in ogni momento quelle brave donne che credono alla vergine di Lourdes e che inventano delle cose del genere, oppure di sapersi prigioniero di un’amministrazione come questa, che favorisce molto volentieri queste aberrazioni religiose, mentre sarebbe necessario guarirne. E allora mi ripeto ancora una volta che sarebbe forse meglio andare, se non all’ergastolo, almeno sotto le armi. E mi rimprovero la mia viltà; avrei dovuto difendere meglio il mio studio, avrei dovuto battermi con le guardie e con i miei vicini. Altri al mio posto si sarebbero serviti di un revolver, e se come artista avessi anche ucciso degli imbecilli come quelli, sarei stato assolto. Ecco, sarebbe stato meglio se lo avessi fatto, invece sono stato vigliacco e ubriaco. Anche ammalato, ma non sono stato coraggioso. E ora, davanti alla sofferenza che mi danno queste crisi, mi sento pieno di timore, e non so se il mio zelo dipenda da qualcosa di diverso da quello che dico, e cioè come colui che, volendosi suicidare e trovando l’acqua troppo fredda, lotta per riguadagnare la riva. […] Non bisogna solo far dei quadri, ma bisogna anche vedere le persone e, di tanto in tanto, frequentando degli altri, rifarsi il carattere e fare provvista di idee. Ormai abbandono la speranza che non ritorni più – al contrario mi dico che di tanto in tanto avrò una crisi. Ma allora in quei momenti si potrebbe entrare in una casa di salute o persino nella prigione comunale, dove di solito c’è una cella. Comunque non farti cattivo sangue in nessun caso – il lavoro va bene e non puoi immaginare quanto mi dia gioia poter dire: farò ancora questo e quest’altro, i campi di grano, ecc. […] Quando dipingevo gli ulivi dietro la loro piccola capanna, […] Mi diceva [la moglie dell’infermiere] che non credeva che io fossi malato – e anche tu lo diresti ora, se mi vedessi lavorare, con i pensieri limpidi, la mano sicura […]. E io so che la guarigione viene – se si è coraggiosi – dal di dentro, con la rassegnazione alla sofferenza e alla morte, con l’abbandono della propria volontà e dell’amor proprio. Ma ciò non ha importanza per me, mi piace dipingere, mi piace vedere gente e cose, e mi piace tutto ciò che costituisce la nostra vita – diciamo pure anche superficiale. Sì, la vita vera sarebbe un’altra cosa, ma io non credo di appartenere a quella categoria di anime che sono pronte a vivere e anche a soffrire in qualsiasi momento. Che cosa strana è il tocco, il colpo di pennello. All’aria aperta, esposti al vento, al sole, alla curiosità della gente, si lavora come si può, si riempie il quadro alla disperata. Ed è proprio facendo così che si coglie il vero e l’essenziale – questa è la cosa più difficile. Ma quando dopo un certo tempo si riprende lo stesso studio e si dispongono le pennellate nel senso degli oggetti è certamente più armonioso e piacevole da vedere, e ci si può aggiungere quanto si ha di serenità e di sorriso. Ah, non potrò mai rendere le mie impressioni di alcune figure viste qui. […] E io prevedo già che il giorno in cui avrò un certo successo, comincerò a rimpiangere la mia solitudine e il mio accoramento di qui allorché guardo attraverso le sbarre di ferro della mia cella il falciatore nei campi ai miei piedi. La disgrazia serve a qualcosa. Per riuscire, per assicurarsi un successo che duri, bisogna avere un temperamento diverso dal mio, io non farò mai ciò che avrei potuto e dovuto volere e perseguire. Ma a me non è consentito vivere, soffrendo così spesso di vertigini, che in una posizione di quarto, quinto rango. E anche quando sento il valore, l’originalità e la superiorità di Delacroix, di Millet per esempio, allora mi faccio forte e dico: sì, sono qualcosa, anch’io posso qualcosa. Ma ho bisogno di trovare un appoggio in quegli artisti, e poi produrre quel poco che posso nella stessa direzione. […] Sì, bisogna farla finita con quaggiù, non posso fare due cose contemporaneamente, lavorare e avere un sacco di guai per vivere in mezzo a questi strani malati che ci sono qui. È una cosa che rovina la salute. Mi dovrei sforzare inutilmente di scendere con loro. Ed ecco, perciò sono già due mesi che non sono stato all’aria aperta. Stando qui, a lungo andare perderei la facoltà di lavorare, ma a questo punto comincio a dire: alto là, e allora li mando tutti – se tu sei d’accordo – a farsi benedire. E ancora pagare per tutto ciò, no: nella disgrazia, un artista o un altro sarà pur disposto a tenermi con sé. […] Come hai capito ho cercato di fare il paragone fra la seconda crisi e la prima e ti dico solo questo, che mi sembra sia stata imputabile a non so quale influenza esterna, piuttosto che a una causa che albergava in me stesso. Posso sbagliarmi, ma ciò nonostante credo mi darai ragione se ho un senso di terrore per qualsiasi esagerazione religiosa […]. Il trattamento dei malati in questo ricovero è molto facile, e può essere seguito anche in viaggio, perché non si fa loro assolutamente niente, li si lascia vegetare nell’ozio e li si nutre con cibo scadente e un po’ avariato. […] Devo anche dirti che il signor Peyron non mi dà molte speranze per l’avvenire, la qual cosa trovo giusta, mi fa pensare che tutto è dubbio e che niente può essere assicurato anticipatamente. Io stesso sono sicuro che ritorneranno, ma il lavoro mi occupa talmente che, con il mio fisico, credo che potrò continuare a lungo così. L’ozio nel quale vegetano quei poveri infelici è una calamità e diventa un male generale disseminato fra le città e le campagne sotto questo sole più ardente, e dato che ho imparato questo e altro, è mio dovere resistergli.

[Saint-Rémy, 18.11.1889] […] Questo mese ho lavorato fra gli uliveti, perché mi avevano fatto arrabbiare con i loro cristi nell’orto degli ulivi, dove non c’è niente dal vero. Beninteso che non ho intenzione di fare qualcosa tratto dalla Bibbia […]. L’olivo è cangiante come il nostro salice. […] Ciò che il salice è da noi, lo sono con la stessa importanza l’olivo e il cipresso qui. Ciò che ho fatto è un realismo un po’ duro e grossolano accanto alle loro astrazioni, ma servirà a dare la nota agreste e saprà di terra.[…] Sono sempre più convinto […] che lavorando assiduamente dal vero senza dirsi preventivamente: «voglio fare questo o quest’altro», ma lavorando come se si facessero delle scarpe, senza preoccupazioni artistiche, non si farà sempre bene, ma verrà il giorno in cui, anche non pensandoci, si troverà un soggetto di pari valore del lavoro di quelli che ci hanno preceduto. Si impara a conoscere un paese, che in fondo è completamente diverso da come ci è apparso a prima vista. Ma se al contrario ci si dice: «voglio finire meglio i miei quadri, voglio farli con cura», e un sacco di idee del genere, le difficoltà del tempo e dei soggetti mutevoli arrivano ad essere insormontabili, e finisco col rassegnarmi dicendomi che sono l’esperienza e il piccolo lavoro di ogni giorno che a lungo andare maturano e permettono di completare un quadro o di farlo più esatto. Perciò il lavoro lento e continuo è la sola strada, e qualsiasi ambizione di far bene è sbagliata. Perciò è meglio rovinare le tele montando sulla breccia ogni mattina, che riuscire a farle. Per dipingere sarebbe assolutamente necessaria una vita tranquilla e regolata […]. Se, diciamo, non dovessi più dipingere, che cosa potrei fare? Eh, bisognerebbe inventare un processo pittorico più veloce, meno costoso di quello all’olio, e ugualmente duraturo. Un quadro… Finirà col diventare banale come un discorso, e un pittore un essere in arretrato di un secolo. Eppure è un peccato che sia così. […] E ora andrò all’attacco dei cipressi e della montagna. […]

[Saint-Rémy, 29.4.1890] […] Che dirti di questi due mesi passati. Non va affatto bene, sono triste e scocciato più di quanto non riesca a dirti e mi sento smarrito. […] Pur essendo malato, ho ancora fatto dei piccoli quadri a memoria dei ricordi del nord, che vedrai più tardi; ora ho appena terminato mi angolo di prateria piena di sole, che mi sembra abbastanza vigoroso. Presto lo vedrai. […] Sono anche arrivate delle lettere da casa, che non ho ancora avuto il coraggio di leggere, tanto mi sento malinconico. […] Sì, bisogna cercare di uscire di qui, ma dove andare? Non credo che si possa essere più chiusi e prigionieri nei ricoveri nei quali non si ha la pretesa di lasciarci liberi.

[Saint-Rémy, maggio 1890] […] A Peyron ho fatto osservare che le crisi come quella che ho appena avuto sono sempre seguite da un periodo di tre o quattro mesi di calma completa. Desidero approfittare di questo periodo per cambiare – voglio cambiare a qualunque costo, il mio desiderio di partire di qui ora è assillante. Non mi sento in grado di giudicare il modo di curare i malati di qui, non sento nemmeno il desiderio di entrare in particolari – ma desidero ricordarti che ti ho già avvertito circa sei mesi fa, che se mi fosse ritornata una crisi dello stesso tipo avrei desiderato cambiare asilo. E ho già tardato troppo, perché ho lasciato passare troppo tempo dopo l’attacco, ero in pieno lavoro e volevo terminare i quadri cominciati, altrimenti non sarei già più qui. […] Mi sembra consigliabile di andare a trovare quel medico in campagna [il dottor Gachet] appena possibile […] [Van Gogh credeva che con un ritorno nel nord la sua malattia sarebbe regredita.] L’ambiente qui comincia a pesarmi più di quanto possa dirti – in fede mia ho pazientato più di un anno – ho bisogno di aria, mi sento rovinato dalla noia e dal dolore. E poi il lavoro urge, qui perderei tempo. Perché dunque, ti chiedo, hai paura di incidenti non è questo che deve spaventarti, in fede mia da quando sono qui ne vedo cadere o dar fuori di senno ogni giorno. Quello che è più importante è cercare di limitare la disgrazia. Ti assicuro che è già qualcosa essersi rassegnati a vivere sotto sorveglianza, anche se questa è simpatica, e a sacrificare la propria libertà, e a tenersi fuori dalla società, e a non avere che lavoro senza distrazioni. Tutto ciò mi ha scavato delle rughe che non si cancelleranno. Ora che questo comincia a pesarmi troppo, credo sia più che giusto metterci un punto fermo. […] La mia pazienza è al limite, mio caro fratello, non ne posso più, bisogna cambiare, anche in peggio. E intanto c’è una effettiva probabilità che il cambiamento mi faccia bene – il lavoro va avanti bene. […] Laggiù starò fuori sono certo che la voglia di lavorare mi divorerà, e mi renderà insensibile a tutto il resto e di buon umore. E mi lascerei andare non senza riflettere, ma senza soffermarmi a rimpiangere le cose che avrebbero potuto essere.

I commenti sono chiusi.