Alda Merini nei ricordi della figlia Susanna

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di Andrea Soccini

Oggi voglio lasciarvi un’intervista di Pietro Berra alle figlie di Alda Merini, la poetessa dei Navigli, compiuta al termine della presentazione della biografia da loro scritta.

 Com’è stato avere per madre Alda Merini?
Il rapporto, purtroppo, è stato anche un po’ conflittuale, a causa dell’allontanamento da casa che abbiamo subito noi figlie dopo i suoi ricoveri in manicomio – racconta la primogenita Emanuela Carniti, nata nel 1955 -. Quella che è rimasta di più con i nostri genitori sono io: fino a 15 anni, poi mi sono sposata; Flavia, invece, fino agli otto; Barbara per un brevissimo periodo, prima di essere appoggiata presso famiglie affidatarie; e Simona andò subito in istituto. Tutto questo ha inciso molto sul nostro rapporto con la mamma.

Anche il suo matrimonio così precoce è stato condizionato dal ricovero di sua madre?
Non è che mi sia voluta sposare a 15 anni. Semplicemente una sera ci fu un alterco tra i miei genitori e il mio ragazzo prese posizione per difendere la mia mamma. «Ma non faccia così, Ettore», disse al papà, che per tutta risposta lo mandò fuori di casa. E aggiunse: «Tu vai con lui».
E la Merini poetessa quando l’ha scoperta e cosa ne pensava prima che fosse celebrata dal mondo?
Io ho sempre dovuto fare i conti con la poesia, che era la cosa per cui lei viveva, fondamentalmente. Mamma è stata rapita dalla poesia. La poesia, in qualche modo, ce l’ha sottratta. Ma l’aspetto poetico, che ha sempre prevalso in lei, è anche quello che l’ha salvata dalla brutta esperienza del manicomio e che l’ha portata dove l’ha portata. In fondo lei ha sempre scritto, fin da quanto era molto giovane: ha cominciato a 16 e mezzo e non ha mia smesso. Ricordo, nella mia infanzia, personaggi come Quasimodo e Vanni Scheiwiller, che è stato anche padrino di mia sorella Barbara.
Pare invece che suo padre, gran lavoratore poco incline alla letteratura, non apprezzasse molto il fatto di avere una moglie poetessa.
Non è esattamente vero. Lui non poteva capire fino in fondo, ma era molto orgoglioso di avere una moglie che scriveva. La chiamava «la mia signora». Avevano diverbi molto forti, ma tendenzialmente la portava in palmo di mano, perlomeno prima che succedesse tutto quello che è successo.
Durante una lite, si legge nel vostro sito, la mamma tirò una sedia in testa al papà e lì scattò il primo ricovero in manicomio.
In quel periodo storico tutto ciò che era fuori dalle regole solite veniva considerato devianza. Bastava una scenata, e se qualcuno chiamava l’ambulanza, rischiavi che ti portassero via con la camicia di forza. Poteva succedere a chiunque. In quel caso fu mio padre a chiamare: non so fino a che punto si sia reso conto di quello che stava facendo… Poi mi zia andò a riprenderla 10-15 giorni dopo.
Nelle poesie di Alda Merini ci sono molti riferimenti alla sofferenza della donna e della madre. Pensa che abbia pagato anche dei “pregiudizi di genere”?
Se teniamo conto degli anni in cui si è svolto il tutto, ovviamente il ruolo della donna era di un certo tipo: non aveva molto autonomia e solo una minoranza lavorava. Pur alle prese con il nuovo benessere, le figure femminili sui mass-media erano sempre spose, madri di famiglia e casalinghe. Questo, unito alla paura per tutto ciò che era fuori dagli schemi, ha certamente pesato sul destino di mia madre.
Comunque, qualche bel ricordo dell’infanzia dovreste averlo. Nel sito avete caricato anche la foto di una gita sul lago di Como.
A dire il vero, avevamo sempre pensato che fosse il lago Maggiore. Io non c’ero in quell’occasione, ma certamente immortala un momento di pace.
«Mio padre, un intellettuale molto raffinato figlio di un conte di Como e di una modesta contadina di Brunate.», ricorda Alda Merini nell’autobiografia Reato di vita. Avete mantenuto qualche legame con il Comasco?
Io ho sentito tanti racconti di mia madre, ma rispetto alle parentele si è perso molto e credo che questo abbia avuto buon gioco nel suo ricovero. Le famiglie che hanno problemi di questo topo, di solito sono piuttosto isolate dal contesto parentale. Ho solo un vago ricordo di una gita a Brunate in funicolare per trovare una certa zia Armida. Alla funicolare si riferisce anche un aneddoto tra i vari che la mamma amava raccontare: siccome le piaceva fare la parte della malata e ripeteva sempre “il mio cuore è attaccato a un filo”, alla fine qualcuno si stufò e le rispose: “Il tuo cuore è attaccato al cavo della funicolare”.

Che cosa farete dell’eredità morale e letteraria di vostra madre?Mia sorella Flavia si sta occupando del sito. Io sto imballando e pulendo tutte le cose della mamma che ancora si trovano nell’appartamento sui Navigli e che dovrebbero andare nella “casa museo” promessa dal Comune di Milano. Ma è da sette mesi che noi dobbiamo liberare i locali e a questo punto tutto il materiale della mamma rischia di finire, almeno per un po’, in un magazzino.

Ci sono anche poesie inedite?
No, perché la mamma ha sempre regalato tantissime cose e, soprattutto, tantissime poesie a tutti.
Qualcuna di voi figlie ha cercato a sua volta salvezza nella poesia?
Io ho scritto sempre, ma per me stessa. Con una mamma così è come mettersi a suonare il piano avendo come papà Mozart. Non sono delle poesie, comunque delle cose che mi appartengono. Ora sono in pace con me stessa, ma ho faticato parecchio a liberarmi di questa presenza.

«Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono». Alda Merini.

Una piccola precisazione: il comune di Milano mantenne la promessa e il 21 marzo 2011 venne inaugurato “il museo di Alda Merini” nella ex tabaccheria di Via Magolfa. Per maggiori informazioni, visitate il sito spazioaldamerini.org

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